Fotografia con tecnica HDR
Superare i limiti del piccolo sensore del drone
FOTOGRAFIA DIGITALE AEREA
Silvio Gaetani
1/9/20264 min read


La tecnica fotografica HDR (High Dynamic Range) nasce dall’esigenza di superare i limiti della gamma dinamica dei sensori, ovvero la capacità di registrare contemporaneamente dettagli nelle alte luci e nelle ombre. In molte situazioni reali, come ad esempio paesaggi con cielo luminoso e terreno in ombra, una singola esposizione non è sufficiente a rappresentare fedelmente ciò che l’occhio umano percepisce. Ampliare la gamma dinamica consente quindi di ottenere immagini più equilibrate, ricche di dettagli e visivamente più naturali.
Questo aspetto diventa ancora più rilevante quando si utilizzano sensori di piccole dimensioni, come quelli montati sulle fotocamere dei droni. A causa della superficie ridotta, questi sensori hanno una minore capacità di gestione delle alte luci e tendono a “bruciare” il cielo o a chiudere le ombre nelle scene ad alto contrasto. L’HDR permette di compensare tali limiti combinando più scatti con esposizioni diverse, preservando informazioni che altrimenti andrebbero perse. Il risultato è un’immagine più fedele alla scena reale, particolarmente utile nella fotografia aerea e paesaggistica, dove le differenze di luminosità sono spesso estreme.
Quindi, tirando le somme, per ampliare la gamma dinamica, siamo costretti a scattare più foto a diverse esposizioni. In teoria basterebbero solo due foto:
una foto per il cielo
una foto per la terra
Tuttavia qualche foto intermedia può tornare utile in situazioni più complesse, dove il terreno presenta anch'esso delle fonti luminose o comunque una non uniforme distribuzione della luce, con presenza di forti ombre o forti luci.
Di sera questo fenomeno è ancora più accentuato dal fatto di avere l'illuminazione artificiale, e queste luci spesso possono andare oltre la capacità del sensore nel singolo scatto.
Di seguito un esempio con 7 scatti con scarto di 2/3 di stop l'uno dall'altro, quindi più di 5 stop di differenza dalla prima all'ultima:
Si può facilmente notare che nella prima il cielo e le luci sono molto "definiti", anche se la maggiorparte del frame è illegibile, mentre nell'ultima si ha una buona esposizione della basilica, ma luci praticamente bruciate.
E' giusto puntualizzare che in fase di scatto il drone o macchina fotografica non si devono muovere, quindi è bene usare un treppiede nel caso della fotocamera e non eccedere troppo nei tempi di scatto nel caso del drone. Nell'ultima foto infatti si vede un po' di mosso, nonostante il tempo di 0.4 secondi non sia lunghissimo (in questo incide sia il peso del drone, che il vento).
Uno strumento che facilita lo scatto in sequenza a varie esposizioni è l'automatismo del Bracketing (AEB). Sui droni DJI c'è l'apposita funzione nella sezione foto, con la possibilità di scattare dai 3 ai 7 frames con distanza di 2/3 di stop. (ma sfortunatamente non c'è la possibilità di ampliare questo scarto).
Ci sono diversi modi di fare l'unione di queste foto:
1. HDR automatico in-camera
Qualche macchina fotografica offre la possibilità di eseguire il merge direttamente a bordo:
la macchina combina automaticamente gli scatti AEB;
il risultato è un file JPEG già pronto;
è una soluzione rapida, ma con margine di intervento limitato in post-produzione.
È ideale per utilizzo immediato, ma meno indicata per lavori fotografici avanzati. Non è supportato dai droni Dji consumer.
2. HDR con tone mapping (software dedicati)
(Photomatix, Luminar, Adobe Lightroom o Photoshop)
È la tecnica HDR “classica”:
gli scatti vengono fusi in un file HDR a 32 bit;
successivamente si applica il tone mapping per riportare l’immagine in uno spazio visibile (8 o 16 bit);
consente un controllo preciso su luci, ombre, contrasto e micro-dettaglio.
Se usata con moderazione produce immagini naturali; se spinta eccessivamente può portare al tipico effetto HDR artificiale.
3. Exposure blending manuale
È una tecnica più avanzata e molto apprezzata in ambito fotografico:
gli scatti vengono sovrapposti manualmente su livelli;
si utilizzano maschere di luminosità o pennelli per fondere selettivamente le parti migliori di ogni esposizione;
mantiene un aspetto estremamente naturale e realistico.
Richiede più tempo e competenza, ma offre il massimo controllo creativo.
















Personalmente utilizzo una tecnica mista tra la 2 e la 3, ossia generando con Adobe Lightroom una prima foto in automatico a partire dagli scatti iniziali, con la funzione Unisci - > HDR.
Questo scatto sembra apparentemente uguale agli altri, ma in realtà ha molte più informazioni delle altre sulle luci ed sulle ombre.
La foto "unita" la si può lavorare andando a schiarire le ombre ed abbassare le luci in modo molto più efficace e senza perdita di contenuti.
Può essere editata sia su Adobe Lightroom stesso, usando le sue maschere, ma molto più efficacemente modificarla su Photoshop, sfruttando le maschere di luminosità (quindi il terzo metodo).
Una volta effettuato il blending, si potrà procedere ad un consueto sviluppo digitale.


dopo merge HDR


foto finale


SVILUPPO DI UN SOLO FRAME
SVILUPPO hdr
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